di Enrico Giustiniani
Pubblicista, analista finanziario e dottore commercialista, lavora da diversi anni nel mondo della finanza. Ha pubblicato per la Marco Valerio Editore “Elementi di Finanza Islamica”, in corso di pubblicazione “etica Islamica e cattolica nella gestione dei capitali”.
Alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l'economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele (PIO XI, enciclica Quadrigesimo annus p. 109 15 maggio 1931)
Le banche crollano, i soldi vanno in fumo, l'unica cosa che resta è la Parola di Dio. (Benedetto XVI in apertura dei lavori della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 6 ottobre 2008).
O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell' usura se siete credenti (Corano, Al-Baqara, 278).
Il fondo d’investimento islamico sembra oggi lo strumento che presenta il minor grado di discrezionalità tra quelli proponibili in un mercato occidentale.
Ogni struttura finanziaria Islamica, e quindi anche un Fondo d’investimento Islamico, è supervisionata da in Comitato di Vigilanza sulla Sharia che accerta e certifica periodicamente che tutte le operazioni svolte dal Fondo siano conforme all’Islam. Non essendoci una gerarchia specifica nell’Islam, ma essendo molto importante la reputazione, ai fini della competenza in materia Islamica i membri di un Comitato di Vigilanza sulla Sharia vengono di solito scelti tra professori e dottori specializzati e riconosciuti in campo Islamico sia finanziario che del diritto.
Il problema principale per i Fondi Islamici, rimane quello che più in generale riguarda tutte le banche Islamiche, ovvero quello della gestione della liquidità e degli strumenti derivati di protezione del rischio azionario e di durata, non potendo utilizzare gli strumenti che producono interessi. Per ovviare al problema è stato creato l’Islamic International Financial Market (IIFM) ed il Liquidity Management Centre (LMC) con il compito di sostenere la creazione di un mercato interbancario dove gli operatori islamici possano investire la liquidità in surplus usualmente più alta di quella delle banche convenzionali.
Per misurare l’andamento degli investimenti Sharia-compliant sono stati creati alcuni indici che sintetizzano il rendimento di un paniere di titoli che, per le loro caratteristiche, possono formare oggetto di investimento da parte di fondi. Citiamo i principali l’Islamic Dow Jones market index sulla piazza di New York e FTSE Global Islamic Index sulla piazza di Londra.
Il paniere di aziende che compongono questi indici sono conti fatti il risultato di una sottrazione dagli indici principali in base a ciò che sia accettabile per l’etica Islamica. Una volta tolte dall’universo quelle aziende con le attività economiche principali ritenute non accettabili (attività bancarie convenzionali o di altra natura legate ad interessi, alcool, tabacco, gioco d’azzardo, scommesse, tempo libero, società di biotecnologia coinvolte nell’ingegneria genetica umana/animale, produzione di armi, assicurazione vita, produzione, lavorazione imballaggio e ogni altra attività riguardante i suini), le stesse vengono ulteriormente filtrate per eliminare quelle con i rapporti finanziari inaccettabili in modo da escludere qualsiasi ipotesi di ricorso al prestito d’interesse per l’attività ordinaria. Ovvero quelle che hanno:
- un rapporto tra il loro debito totale (pari alla somma del debito di breve termine, della parte corrente del debito a lungo termine e del debito a lungo termine) e la capitalizzazione media del mercato annuale (patrimonio totale), superiore o uguale a 33%;
- un rapporto tra la somma della cassa e di titoli che danno diritto a una parte di utile in forma di dividendo diviso la capitalizzazione media del mercato annuale superiore o uguale a 33%;
- un rapporto crediti verso la clientela (pari alla somma tra i crediti a breve termine e i crediti a medio lungo termine) sul totale attivo superiore o uguale al 45%.
Gli indici Islamici coprono attualmente azioni di società di 46 paesi. Ci sono due titoli Italiani nelle liste dei titoli compatibili con la finanza Islamica: l’ENI e l’ENEL. Essere inseriti in questi indici e superare il difficile esame di compatibilità Sharatica da la possibilità accedere ad un mercato enorme come quello Islamico, oltre a dimostrare una apertura e la capacità di dialogo verso una diversa cultura. Una certificazione Islamica non è prerogativa solo delle grandi società. Una certificazione da parte di un Ente Islamico riconosciuto di una società Italiana quotata o meno darebbe un eccezionale “biglietto da visita” alle aziende che vogliono presentarsi sui mercati Islamici medio orientali o ai Musulmani osservanti che vorrebbero investire in Italia.
Da chi può essere sottoscritto un Fondo Islamico? Quasi la totalità dei fondi Islamici presenti sul mercato sono azionari, in quanto l’acquisto di obbligazioni che rendono interessi sarebbe di per se impossibile. Sono quindi usualmente strumenti rischiosi indirizzati a investitori esperti con un orizzonte temporale di lungo termine. Quale mercato in Italia? Si tenga anche conto che la maggior parte degli immigrati di fede Islamica in Italia provengono dall’area del nord Africa, mentre l’area di maggior diffusione delle banche islamiche è in Asia. Questi immigrati spesso hanno già contatti con banche di tipo occidentali nei loro paesi ed è logico presumere che anche qui da noi possano essere integrati nel sistema ordinario, inoltre mediamente la classe sociale dei Musulmani presenti in Italia non è molto agiata e limitato ad esigenze di rimesse nei paesi d’origine piuttosto che a servizi bancari tradizionali (forse ad eccetto dei mutui) o d’investimento. Altri potenziali investitori potrebbero essere i sottoscrittori di “fondi etici” anche non Islamici o grossi investitori del Medio-Oriente verso fondi Islamici specialistici ad esempio su imprese Italiane.